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Lettera del Maestro
dell’Ordine alle Contemplative Domenicane
Una città posta su un monte
non si può nascondere
Introduzione
1. Una vita contemplativa
2. La Missione
3. La comunità
4. La Ricerca della Verità
5. L’unità dell’Ordine
Conclusione
Una vita contemplativa
Questa lettera è indirizzata in primo luogo a voi, sorelle,
perché riguarda la vostra vita. Desidero rendere grazie a
Dio per la vostra presenza al centro dell’Ordine. Spesso
durante visitazioni febbrili, le mie visite ai monasteri
sono stati occasioni gioiose, allegre e rinvigorenti. Non
sono una monaca, perciò cosa potrei mai dire sulla vostra
vita? Anch’io però sono un Domenicano chiamato in quanto
tale alla contemplazione. Voi avete apertamente condiviso
con me le vostre speranze di rinnovamento di codesta vita
contemplativa al cuore dell’Ordine, e le sfide che
affrontate. Così in questa lettera, desidero condividere con
tutte le monache il frutto delle nostre conversazioni. Se
mai sembrerà che io non abbia compreso la vostra vocazione,
allora perdonatemi. L’Ordine fiorirà soltanto se oseremo
esprimere ciò che c’è nel nostro cuore, fiduciosi in quel
perdono.
Desidero altresì condividere ciò con l’intera Famiglia
Domenicana. San Domenico, prima di morire, “affidò le
monache quali parti del medesimo Ordine alle cure fraterne
dei suoi figli” (lcm[1] 1 § I). La prima comunità domenicana
che fondò era per le monache a Prouilhe, e una delle sue
ultime preoccupazioni fu la costruzione del monastero a
Bologna: “È assolutamente necessario, fratelli, che sia
costruito un convento di monache, anche se ciò significasse
tralasciare temporaneamente il lavoro al nostro stesso
convento”.[2] Perciò i monasteri sono affidati a tutti noi.
E noi siamo affidati alla preghiera e alla cura delle
monache. Questa reciprocità è posta al cuore dell’Ordine.
Così anche se mi indirizzo alle monache, spero che tutti i
domenicani tenderanno l’orecchio.
1. Una vita contemplativa
I monasteri non sono il ramo contemplativo dell’Ordine. Non
possiamo lasciare la contemplazione alle sole monache. Tutti
siamo chiamati a essere contemplativi, e il rinnovamento
della vita contemplativa è una delle maggiori sfide che
fronteggia l’Ordine. Esito a dare una definizione di
“contemplazione,” ma coraggio! Per contemplazione intendo la
nostra ricerca di Dio, che conduce al nostro incontro con
Dio alla nostra ricerca. Cerchiamo Dio nel silenzio e nella
preghiera, nello studio e nel dibattito, nella solitudine e
nell’amore. Con ogni dono del cuore e della mente, ci
mettiamo sulle tracce di Dio. Ma Dio ci trova quando meno ce
lo aspettiamo. Maria Maddalena, la prima Patrona
dell’Ordine, è l’autentica contemplativa, che cerca il corpo
di Gesù, sbigottita poi al sentirsi chiamata per nome dal
Signore Risorto. La nostra preghiera sorge da questo
profondo desiderio. Come disse Santa Caterina, “Il desiderio
stesso è preghiera”.
Fra Vincent de Couesnongle parlava della “contemplazione
della strada”[3] Il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo
a noi, nel più piccolo dei nostri fratelli e sorelle (Mt
25), nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nei
nostri amici e nei nostri nemici, nei momenti di gioia e di
desolazione. Il Verbo è là, se solo riusciamo ad aprire gli
occhi per vedere. Eric Borgman, un domenicano laico
olandese, scrisse queste parole: “I domenicani sono convinti
che il mondo in cui viviamo, turbolento e senza requie,
spesso violento e spaventoso, è al contempo il luogo dove il
santo viene alla luce, il luogo in cui incontriamo e
ascoltiamo – ‘contempliamo’ – Dio.”[4] Pertanto tutti i
domenicani sono chiamati alla contemplazione, che siano
domenicani laici, sorelle, frati o monache. La nostra più
grande contemplativa, Santa Caterina da Siena, era una donna
laica.
Predicare è un atto contemplativo. Fra Don Goergen scrisse.
“Nel predicare il cercatore e il cercato si uniscono, il
perduto e il ritrovato. Dio ci trova in mezzo alle nostre
stesse parole che cercano di colloquiare con Lui. Dio non ci
lascia mai andare.”[5] Predicare non significa soltanto
aprire la bocca e parlare. Ha inizio nell’attenzione
silenziosa prestata al Vangelo, nella lotta per comprendere,
nella preghiera che cerca un’illuminazione, e si conclude
nelle reazioni di coloro che ascoltano. Da giovane frate,
ricordo che un Vescovo, che era previsto pronunziasse
l’omelia durante una visita, disse a uno dei nostri
confratelli un minuto prima della Messa, “Se sei un buon
domenicano, dovresti essere in grado di pronunciare la
predica ora senza preparazione.” Il fratello rispose: “È
proprio perché sono un domenicano che non credo che
predicare sia dire la prima cosa che mi viene in testa”.
Se tutti i domenicani sono chiamati a essere contemplativi,
cosa c’è dunque di speciale nella vostra vita? La vostra
vita è interamente plasmata dalla ricerca di Dio. La
vocazione della monaca “ricorda a tutti i cristiani la
vocazione fondamentale di tutti di giungere a Dio” (Verbi
Sponsa 4). Come scrisse Fra Marie-Dominique Chenu: “La vita
del mistico non è fondamentalmente diversa dalla vita
cristiana.”[6] Voi non sfuggite ai drammi e alle crisi della
vita umana. Vivete in modo più spoglio, intenso, conoscendo
la gioia e la disperazione di ogni vita umana, senza la
protezione di molte delle cose che danno senso alla
maggioranza delle vite umane: il matrimonio, i figli, una
carriera. Il monastero è il luogo dove non ci si nasconde
dalla domanda ultima di ogni vita umana. Una monaca ha
scritto: “Sono entrata in monastero non per fuggire dal
mondo, per dimenticarlo o addirittura per ignorarne
l’esistenza, ma al fine di essere presente ad esso in
qualche modo più profondo, per vivere al cuore del mondo, in
un modo nascosto, ma che ritengo essere più reale. Sono
venuta qui non alla ricerca di una vita tranquilla o di
sicurezza, ma per condividere, per prendere in
considerazione la sofferenza, il dolore, le speranze di
tutta l’umanità.”[7]
Le vostre vite hanno senso solo se la ricerca di Dio conduce
effettivamente all’incontro nell’orto della Resurrezione e a
sentirvi chiamate per nome. Le vostre vite non hanno alcuno
fine intermedio lungo i giorni e gli anni. Il monastero è
come la coda alla fermata dell’autobus, un segno di speranza
che l’autobus arrivi. Questo vale per tutti coloro che
vivono la vita monastica di clausura. In una conferenza al
Congresso degli Abati Benedettini,[8] ho sostenuto che Dio
Si mostra spesso nell’assenza, nel vuoto: lo spazio vuoto
tra le ali dei Cherubini nel Tempio, e in ultima analisi
nella tomba vuota nell’orto. La vita della monaca e del
monaco è scavata dal vuoto. Le vostre vite sono vuote di
altro scopo che di essere a disposizione di Dio. Non fate
niente di particolarmente utile. Ma quel vuoto è uno spazio
cavo in cui Dio abita e in cui intravediamo la sua gloria.
Fate ciò in quanto monache dell’Ordine dei Predicatori. La
Chiesa affida ai contemplativi delle differenti famiglie di
religiosi il compito di vivere la ricchezza delle proprie
tradizioni e carismi – benedettino, carmelitano, francescano
o domenicano – che “costituiscono uno splendido spettro di
varietà.”[9] Che significa per un monastero essere
domenicano? Condividerò ciò che ho imparato da voi,
osservando come le vostre vite siano contrassegnate dalla
Missione dell’Ordine, dalla vita comunitaria domenicana,
dalla ricerca della Verità, e dall’appartenenza all’intero
Ordine. Vi sono molti altri aspetti della vostra vita che
non toccherò, considerando soltanto il nucleo della vostra
identità domenicana.
2. La Missione
Che significa essere monaca in un Ordine missionario? Com’è
possibile essere una contemplativa di clausura e una
missionaria?
Essere inviati
Essere missionari significa letteralmente essere inviati. I
confratelli e le consorelle possono essere inviate in
missione agli estremi confini della terra, come Gesù mandò i
discepoli. Potete essere mandate a fondare un nuovo
monastero o a rinforzare un monastero che è debole, ma di
norma rimanete dove siete. In che senso siete inviate? Per
Gesù essere inviato dal Padre non significava per lui
spostarsi da un luogo ad un altro. Non partì per un viaggiò.
La sua esistenza stessa veniva dal Padre. Siete missionarie
tanto quanto i confratelli, non andando da nessuna parte ma
soltanto vivendo la vostra vita da Dio e per Dio. Come
Giordano disse a Diana. “tu rimanendo nella pace del tuo
convento e i miei numerosi vagabondaggi nel mondo sono fatti
nella stessa misura per amore verso di Lui.”[10] Siete un
Verbo predicato nel vostro essere.
Il settimo modo in cui Domenico pregava era allungando
“tutto il corpo verso il cielo in preghiera, come una
freccia scelta drizzata dall’arco.”[11] Puntate a Dio come
una freccia, per il solo fatto di esserci, per nessun altro
motivo. Siete un verbo per i vostri confratelli, consorelle
e laici domenicani nella vostra vita, e un verbo per il
luogo dove si trova il monastero. Questo l’ho visto più
chiaramente in luoghi segnati dalla sofferenza, quali
Angola, Nicaragua, i quartieri poveri delle grandi metropoli
come Karachi, o nel Bronx a New York o i sobborghi di
Parigi. In luoghi simili il monastero rappresenta un Verbo
che diviene corpo e sangue, “pieno di grazia e verità”. (Gv
1, 18).
Maria Maddalena va dagli apostoli e dice loro: “Ho visto il
Signore”. Alcune di voi può darsi che siano chiamate a
predicare scrivendo. Molti dei più grandi teologi sono stati
monaci e monache, e ciò s’attaglierebbe particolarmente a
una monaca domenicana. Lcm 106 § II dichiara esplicitamente
che l’opera delle monache può essere anche di carattere
intellettuale.
E’ possibile anche che siate inviate a costituire nuove
fondazioni. Olmedo è fonte di ispirazione, con le sue otto
fondazioni in quattro continenti. L’Ordine sta crescendo in
molte parti del mondo, specie in Asia, e siamo incompleti
senza di voi. Talora ci avete preceduti. Inviare monache a
fondare un nuovo monastero può richiedere un grande
coraggio, specialmente perché sono coloro che danno di più
alle proprie comunità che saranno capaci di una tale
avventura. Ricordate il coraggio di Domenico, che disperse i
confratelli non appena l’Ordine fu fondato, affinché il seme
portasse frutto.
La compassione
La compassione è parte integrante della vostra missione,
partecipando del dono di Domenico “di sostenere i peccatori,
i derelitti, e gli afflitti nel santuario più intimo della
compassione.” (lcm 35 § 1). Il Dio di Domenico è un Dio di
misericordia. La compassione significa disimparare quella
durezza di cuore che impartisce giudizi su altre persone,
dismettendo l’armatura che tiene lontani gli altri,
imparando la vulnerabilità al dolore e alla confusione degli
altri, ascoltando la loro invocazione d’aiuto. Ciò lo
impariamo prima di tutto nelle nostre comunità. Abbiamo il
coraggio di farci toccare dalla sofferenza della sorella
della porta a fianco? Abbiamo il coraggio di accollarci il
rischio di sentire le sue richieste di aiuto espresse solo a
metà? Se non lo facciamo, allora come possiamo incarnare la
compassione di Domenico per il mondo?
La compassione è più che un sentimento, ed anzi significa
aprire gli occhi alla vista di Cristo ancora sofferente tra
di noi, come Las Casas vide il Cristo crocifisso negli
Indiani di Hispaniola. Rappresenta un’educazione del cuore e
dell’occhio che ci fa attenti al Signore che è con noi nelle
persone oppresse e ferite. La compassione è così
autenticamente contemplativa, la visione chiara. Come dice
Borgman, “Essere commossi e scioccati di fronte a quanto
accade alle persone e quello che ciò induce in loro è un
modo di percepire la presenza di Dio. La compassione è
contemplazione nel senso domenicano del termine.”[12] La
contemplazione contemplativa è imparare a guardare agli
altri disinteressatamente. Come tale è profondamente legata
alla fame e sete di un mondo giusto. L’impegno dell’Ordine
alla giustizia diviene facilmente una mera ideologia se non
nasce dalla contemplazione contemplativa. “Una società che
non capisce la contemplazione non capirà la giustizia perché
avrà dimenticato come guardare disinteressatamente a ciò che
è altro. Si rifugerà in discorsi generici, pregiudizi,
clichés e autogiustificazioni”.[13]
La compassione ci attira oltre le nostre divisioni. Il
monastero a Rweza in Burundi vive in mezzo alla guerra. Le
monache stesse vengono dai diversi gruppi etnici che stanno
combattendo, e tutte hanno perso membri delle proprie
famiglie. Alla domanda su che cosa le tenesse unite,
dicevano che l’unità è un dono ricevuto da Dio per cui non
potrebbero mai rendere sufficientemente grazie. Hanno detto
anche che ascoltano le notizie alla radio insieme, per
quanto doloroso sia. La condivisione di tale dolore le
unisce.
La compassione pertanto comporta una conoscenza dei bisogni
dell’Ordine e del mondo. Ho visto che in monasteri prosperi
vi è spesso un desiderio di essere informati circa l’Ordine
e i suoi bisogni, così come Diana martellava Giordano per
aver notizie sulle sue missioni. “Per che cosa vuoi che
preghiamo?” Vi è sete di capire che cosa stia succedendo nei
luoghi di guerra, quali l’Algeria e il Rwanda. Così il
monastero ha bisogno di accedere alle informazioni e alle
analisi reali, piuttosto che a notizie di puro
intrattenimento, affinché si possano portare i bisogni del
mondo a Dio.
La preghiera
La compassione sconfina nella preghiera. I primi confratelli
chiedevano sempre alle monache di pregare per loro perché
avevano poco tempo essi stessi. Raimondo di Peñafort si
lamentava con la priora di Bologna che era talmente preso
dagli affari della corte papale, che “non sono quasi mai in
grado di raggiungere, o, a essere onesto, vedere da lontano
la tranquillità della contemplazione … Pertanto è una grande
gioia e un enorme conforto per me sapere che sono aiutato
dalle vostre preghiere.”[14] Giordano scrive a Diana, “Prega
per me spesso e con fiducia nel Signore; ho un forte bisogno
di preghiere a causa delle mie colpe, e non prego che
raramente io stesso.”[15]
Ciò può forse dare l’impressione che i confratelli e le
monache siano coinvolti in due attività assai diverse, i
frati predicando e le monache pregando, così come in una
casa la moglie può fare da mangiare e poi lasciare che sia
il marito a fare i piatti, se è fortunata! Ma nel predicare,
noi condividiamo il verbo che ci è dato. E così pregare per
quel verbo è parte dell’evento della predicazione. Non
precede semplicemente la preghiera, come cucinare precedere
il lavaggio dei piatti. E’ parte della venuta del Verbo, e
così le monache sono coinvolte in modo più che mai intimo
nell’atto della nostra predicazione. “Le monache sono
chiamate a cercare, meditare e invocare lui in solitudine
affinché il verbo che procede dalla bocca di Dio possa non
ritornare vuoto a lui, ma possa realizzare quelle cose per
cui fu mandato” (lcm Fund. I, § 2). Per Giordano, sono le
preghiere di Diana e della sua comunità che conferiscono
potenza alla sua predicazione e che portano il flusso
impetuoso delle vocazioni.
La forma più tipica di preghiera per San Tommaso d’Aquino è
quella di intercessione e ringraziamento. Chiediamo a Dio
quello di cui abbiamo bisogno e ringraziamo quando viene
dato. Ciò potrebbe suggerire un modo infantile di essere nel
mondo, come se fossimo incapaci di fare alcunché per noi
stessi. In realtà contraddistingue la maturità di coloro che
si accorgono che tutto è un dono. Nel mondo del consumismo,
dove si può acquistare tutto pagando, chiedere è logicamente
considerato un fallimento. Ma se viviamo nel mondo reale,
creato da Dio, allora chiedere ciò di cui abbiamo bisogno
significa aderire alla verità, riconoscere che Dio è “la
fonte di tutto ciò che è bene per noi.”[16] Ma in aggiunta a
questo, è rispondendo alle nostre preghiere che Dio agisce
talvolta nel mondo. Dio desidera che preghiamo, per poter
dare in risposta. La preghiera non è tanto un voler forzare
Dio, per fargli cambiare idea. Fa parte di un rapporto di
amicizia il fatto che Dio ci conceda ciò che chiediamo. Così
le vostre preghiere sono una partecipazione dell’azione di
Dio nel mondo.
La celebrazione della liturgia
Un altro modo in cui predicate è attraverso la meravigliosa
celebrazione pubblica della liturgia, come richiesto con
urgenza dalla Venite Seorsum. Nella nostra società vi è fame
di Dio, ma spesso sospetto verso la dottrina. Come so per
esperienza, nel momento in cui uno inizierà a predicare,
alcune facce si spegneranno. Ma la bellezza può toccare le
sorgenti più profonde del nostro desiderio di Dio. La
bellezza ci chiama a sé senza prevaricazioni. Possiede
un’autorevolezza più profonda della disputa.
La liturgia domenicale dovrebbe essere gioiosa.[17] Domenico
cantava con gioia. Giordano racconta un aneddoto su un
tenebroso Valdese di nome Pietro, che non aveva un alta
opinione dei domenicani perché “i frati erano troppo allegri
ed esibizionisti”.[18] Pensava che i religiosi dovessero
essere seri e tristi. E poi sognò un prato. “In esso egli
vide una folla di Frati Predicatori in cerchio con volti
gioiosi rivolti verso il cielo. Uno di loro reggeva il Corpo
di Cristo nelle mani alzate.” Si alzò “con il cuore colmo di
gioia” e si unì all’Ordine. La gioia della liturgia è parte
della nostra predicazione della Buona Novella. Non
dimenticherò mai la gioia delle monache a Nairobi che
ballavano verso l’altare con il vangelo. La gioia della
Buona Novella era visibile nel loro movimento. Non potei
resistere a ballare anch’io!
3. La comunità
Tutte le comunità monastiche dovrebbero essere luoghi
dell’amore reciproco in cui Dio risiede. “Dato il mutuo
amore che comporta, la vita fraterna è uno spazio riempito
di Dio ” (Verbi Sponsa 6). Ma la tradizione domenicana ha
una concezione particolare della vita comune. Anche voi
prendete i vostri voti sulla base della Regola di
Sant’Agostino, ricordando che lo scopo per cui siamo
chiamati “è dimorare in unità nella casa ed essere un cuor
solo e un’anima sola in Dio.” Gesù ha chiamato gli apostoli
ad essere con lui prima che fossero mandati a predicare.
Anche per voi, la vita comune è parte della vostra
predicazione.
Comunità e amicizia
La tradizione comunitaria domenicana è profondamente segnata
da come concepiamo il nostro rapporto con Dio. Nella Chiesa
vi sono due tradizioni principali. Una vede il nostro
rapporto con Dio in termini sponsali, l’amore dello Sposo e
la Sposa. L’altra lo vede in termini di amicizia. Entrambe
si ritrovano nell’Ordine, ma abbiamo tenuto viva
specialmente la teologia giovannea dell’amicizia, che è
stata spesso trascurata. Per San Tommaso d’Aquino, il cuore
della vita di Dio era l’amicizia del Padre e del Figlio, che
è lo Spirito Santo. Nello Spirito siamo amici di Dio. E così
pregare significa parlare a Dio come a un amico. Secondo
Carranza, un domenicano spagnolo del sedicesimo secolo, la
preghiera è “conversare familiarmente con Dio … discutere
tutti i nostri affari con Dio, che siano elevati o umili,
celesti o terreni, che abbiano a che fare con l’anima o con
il corpo, grandi o piccoli; è aprire il tuo cuore a lui e
riversarti interamente al suo cospetto, non lasciando nulla
di nascosto; è riferirgli le tue fatiche, i tuoi peccati, i
tuoi desideri, e tutto il resto, tutto ciò che c’è nella
vostra anima, e di rilassarvi con lui come un amico si
rilassa con un altro.”[19]
La tradizione sponsale si ritrova anch’essa nell’Ordine, per
esempio in Giordano di Sassonia, Caterina da Siena e Agnese
di Langeac. Ma per loro quest’amore non è un rapporto
privato con Dio, ma è incarnato nell’amore dei confratelli e
delle consorelle. “Come potete amare Dio che non vedete, se
non amate il fratello che vedete? (1 Giov 4.20). Giordano
scrive a Diana: “Cristo è il legame mediante il quale siamo
legati assieme; in lui il mio spirito è saldamente
intrecciato con il tuo; in lui sei sempre, senza
interruzione, presente a me ovunque io possa vagare.”[20]
“Amiamoci gli uni gli altri in lui e attraverso di lui e per
lui.”[21] E’ chiaro a Caterina che il suo amore per Cristo
Sposo è il medesimo amore che ha per i propri amici. Il
Signore le dice: “L’amore per me e per il prossimo sono una
sola identica cosa.”[22] Ciò significa che la nostra vista
contemplativa dovrebbe aprirci gli occhi ai nostri fratelli
e sorelle. Quando recitiamo il Rosario, seguiamo i misteri
della vita di Cristo, momenti di gioia, dolore e gloria.
Siamo dunque desti ai “misteri” della vita dei membri della
nostra comunità, che non sempre sono gioiosi e gloriosi?
La nostra amicizia con Dio si ritrova incarnata
integralmente nel tessuto della vita comunitaria. Ho visto
il frutto di questo nella gioia di così tante ricreazioni
con voi. Suor Barbara di Herne scrisse: “È là nella
ricreazione che le monache esprimono la propria gioia di
stare insieme, ridono tanto, fino al punto di sorprendere i
partecipanti a un ritiro ospiti della foresteria che colgono
da lontano questi segni di letizia per una mezz’ora circa
tutte le sere.” Queste monache sono eredi di una lunga
tradizione. Un giorno, quando Domenico tornò a S. Sisto a
tarda sera, fece alzare le monache per impartir loro
insegnamenti e potersi poi rilassare con loro con un
bicchiere di vino. Continuava a incoraggiarle a bere di più,
“bibite satis.”[23] Nella mia esperienza sono normalmente le
monache a dirlo ai confratelli! Quella gioia fa così parte
della nostra tradizione che Giordano interpreta persino
l’espressione “entrate nella gioia del Signore” come un
invito a unirsi all’Ordine, dove “tutti i vostri dolori
saranno trasformati in gioia e la vostra gioia nessuno ve la
può portar via.”[24]
Quest’amicizia con i confratelli e le consorelle è stata una
delle più grandi gioie della mia vita, ma può anche essere
difficile. E la gioia come anche lo stento devono essere
ancor più intense per voi, poiché vivrete probabilmente
tutta la vita con le medesime consorelle. Almeno, se qualche
confratello mi trova insopportabile, può sperare che sia
assegnato io ad altro luogo un giorno o l’altro. Non dovrà
sopportarmi finché muoia. Cardinal Hume mi disse che quando
era giovane, il suo Abate gli disse “Basil, ricordati che
quando morirai, ci sarà almeno un monaco che sarà
sollevato.” Così per voi la vita comunitaria è una gioia
speciale e anche una sfida che è impossibile senza
misericordia e generosità. Taulero dice che quando un
confratello risulta insopportabile, allora occorre dire a se
stessi: “Probabilmente quest’oggi ha mal di testa.” Forse
può sembrare che alcune consorelle abbiano mal di testa
molto frequenti!
Quando facciamo la nostra professione, chiediamo “la
misericordia di Dio e la vostra.” Essere domenicani è
promettere di offrire e di ricevere tale misericordia. Ogni
giorno rivolgiamo a Dio l’invocazione “di rimettere i nostri
peccati come noi li rimettiamo ai nostri debitori.” Ogni
consorella è dotata del potere liberante di perdonare,
partecipando della capacità di Dio di rinnovare tutte le
cose. E’ la libertà di aprire le porte delle prigioni che
ciascuno di noi costruisce, di chiamarsi a raccolta a
vicenda risorgendo dalla tomba a vita nuova. Ciascuno di voi
ha un ministero di riconciliazione nella comunità. Ciascuno
può pronunciare una parola risanatrice.
La clausura
Questo modo di considerare l’amicizia ci aiuta forse a
comprendere una concezione domenicana della clausura. Vi
sono accesi dibattiti sulla clausura in alcuni monasteri:
con che frequenza dovrebbe essere permesso alle monache di
lasciare il monastero e per quali motivi? Non entrerò in
tali questioni. Prima di tutto, potrebbe essere fonte di
divisioni far ciò, e il Maestro dell’Ordine deve soprattutto
avere a cuore l’unità. Secondariamente, vi può essere
consenso su queste cose soltanto se in primis abbiamo
chiarito la natura della clausura. Verbi Sponsa dice che “è
un modo speciale di essere con il Signore.” (3) Riguarda la
costruzione di una casa con Dio piuttosto che con le regole.
Attiene all’amore piuttosto che alla legge. Non è tanto una
fuga dal mondo malvagio quanto la costruzione di uno spazio
in cui impariamo a non fuggire dall’amicizia di Dio e l’uno
dall’altro e persino da noi stessi. Ciò che conta non è
tanto la clausura come esclusione dal mondo, ma ciò che
contiene, una vita con Dio, così come un bicchiere si può
riempire di vino.
Al principio, i monasteri erano letteralmente dimore per i
confratelli. Prouilhe e più avanti San Sisto erano le case
dei confratelli, da cui partivano per predicare. Al crescere
del numero dei confratelli, ciò non poté continuare. Non v’è
dubbio che i confratelli rovinassero la pace del monastero
tornando nel cuore della notte ed esigendo di essere
sfamati, litigando fra loro quando le consorelle
desideravano ardentemente il silenzio! Ognuno di noi aveva
bisogno di una casa! Ma i monasteri rimanevano le dimore dei
confratelli in un senso più profondo. Per Giordano di
Sassonia, il monastero a Bologna era la casa del proprio
cuore, anche se vi sostava raramente. Scrive a Diana: “Non
sono tuo, non sono con te? Tua è la fatica; tuo il riposo;
tuo quando sono con te, tuo quando sono lontano”.[25] Il
monastero è una casa perché è un posto dove le monache
abitano con Dio (lcm 36), ed è pertanto là che altri possono
intravedere la vera dimora che tutti cerchiamo, dove
riposeremo in Dio, il nostro eterno Sabato. Ecco perché così
spesso i monasteri sono al cuore della Famiglia Domenicana.
Spesso la Famiglia Domenica gravita attorno al monastero
quale luogo ove tutti siamo a casa. Ecco perché accogliere
ospiti in un monastero, in modo saggio e tale da non turbare
il ritmo della vostra vita, può essere un modo di
condividere il frutto della vostra clausura.
“È una cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente”
(Ebrei 10.31). Può essere difficile vivere con Dio. Ci
ritroviamo nel deserto, svegli nel Gethsemani e vigilanti al
Golgotha. Talora il contemplativo deve vivere nel buio ma,
come dice la Nube della Non-conoscenza, “Imparare a essere a
casa in questo buio”. La tentazione è fuggire da Dio e
trovare rifugio in piccole consolazioni, e minuscoli
desideri. Possiamo essere tentati di riempire la nostra vita
di piccoli progetti, passatempi, e pettegolezzi, soltanto
per riempire il vuoto. Dobbiamo lasciare tale vuoto a
disposizione di Dio che lo riempia. Il monastero è una casa
non perché abbiate fuggito il mondo, ma lo è se non osate
fuggire da Dio. Abbiate il coraggio di dimorare nel buio e
di essere a casa «nella notte» senza paura. Come scrisse il
poeta inglese D. H. Lawrence: “È terribile cadere nelle mani
del Dio vivente, ma è ancora più terribile caderci fuori”.
Potremmo anche essere tentati di scappare dai nostri
confratelli e consorelle, e di evadere la sfida di costruire
una casa amorevole in cui Dio possa abitare. Soprattutto
potremmo essere tentati di fuggire da noi stessi. Nel
monastero non vi è luogo ove nascondersi. Qui impariamo, per
citare Santa Caterina, a “dimorare nella casa
dell’autoconoscenza” (Dialoghi 73), osservando se stessi
senza timore “nel docile specchio” di Dio, e conoscendosi da
amati. Quando siamo a nostro agio con noi stessi allora ci
sentiremo a nostro agio con Dio.
Sono necessarie regole chiare in materia di clausura, ma se
diventano fonte di conflitto e divisione, allora minano la
finalità ultima della clausura, ossia trovare una dimora
nell’infinito amore misericordioso di Dio. È vitale che un
dibattito in materia di clausura venga portato avanti in
spirito di carità e ricercando la comprensione reciproca. Se
produce rabbia e intolleranza, allora mineremo la clausura
in misura più estrema che se le monache lasciassero
furtivamente il monastero ogni giorno.
Per quanto la clausura possa dare la sensazione di essere
uno spazio limitato, dimorare con Dio apre uno spazio
immenso, della “larghezza e altezza e profondità dell’amore
di Dio (cfr. lcm 36). Suor Margaret Ebner racconta come, a
volte quando riceveva l’Eucarestia, “il mio cuore si
riempiva a tal punto che non potevo contenerlo. Pensavo
fosse esteso quanto il mondo”[26] Questa “espansione del
cuore” (latitudinem cordis) di cui parla Tommaso, ci apre
all’immensità di Dio. Se dimoriamo con il Signore, allora
egli ci condurrà in ampi spazi persino in una piccola
clausura. Se la clausura è vissuta bene allora il suo frutto
è la magnanimità, la larghezza di cuore, in cui ogni
piccineria è trascesa.
Governo
La spiritualità domenicana dell’amicizia trova espressione
soprattutto nel nostro sistema di governo, che è basato
sulla dignità di ogni consorella e sull’eguaglianza di
tutte. Il governo non è il compito di poche sorelle, ma il
modo in cui tutte condividono la responsabilità per la vita
della comunità.
Al cuore del buon governo è l’obbedienza, “non come schiavi
sotto la legge, ma come donne libere sotto l’influsso della
grazia” (lcm Fund. VI). Come fra Damian Byrne scrisse in una
lettera alla Federazione Messicana, “La parola obbedienza
significa ascolto. Nella tradizione domenicana dovete
ascoltare nei vostri monasteri la priora, il Consiglio e il
Capitolo. Ciascuno ha la propria autorità che deve prendere
in considerazione altre autorità legittime. Nessuna autorità
può dominare da sola.”[27] Pertanto i monasteri
prospereranno e vivranno in letizia se le monache si
ascolteranno vicendevolmente. Soprattutto, è il Capitolo la
sede in cui ha luogo l’ascolto reciproco. Per far sì che la
loro vita contemplativa e la comunione fra consorelle
portino più abbondantemente frutto, la partecipazione di
tutte nella gestione ordinata della vita del monastero
riveste grande importanza. “Un bene che incontra
l’approvazione generale è raggiunto in modo più spedito e
agevole (Umberto di Romans)” (lcm 7).
Nella mia esperienza tra i confratelli, i Capitoli sono
vivificanti quando abbiamo la fiducia di parlare e la
fiducia di ascoltare. Parlare nel Capitolo può far paura. Mi
ci è voluto quasi un anno per aprir bocca, ed ero solito
mettere per iscritto quello che volevo dire su un pezzo di
carta e poi passarlo in rivista più e più volte prima che
osassi dire una parola. Normalmente era ormai troppo tardi!
Alla superiora spetta il ruolo di rinvigorire la comunità
incoraggiando tutti a parlare, specialmente coloro che
esitano o dissentono dalla maggioranza. Il disaccordo non
significa slealtà o disunione.
Ci occorre anche la fiducia per ascoltare senza timore.
L’ascolto è uno dei frutti di quel silenzio in cui apriamo
le orecchie a Dio. La vita contemplativa dovrebbe costituire
una formazione all’ascolto. Una monaca polacca mi disse:
“Tutti parlano oggi ma nessuno ascolta. Noi monache siamo
qui per ascoltare.” Il frutto dell’ascolto di Dio nel
silenzio dovrebbe essere l’attenzione a ciò che le proprie
consorelle dicono, e non a ciò che si teme che potrebbero
dire o ci si aspetta che dicano. L’ascolto autentico è
possibile solo si è in pace. Spesso quando una consorella
tenta di articolare un dubbio o una domanda, non troverà le
parole giuste. Bofonchierà e le sue parole suoneranno
confuse e i concetti stridenti, e sarebbe facile darle
addosso o torto. Ma se ascoltiamo con attenzione e sagacia,
allora cogliamo il granello di verità che ha da condividere.
Ciò significa sempre dare l’interpretazione più positiva di
ciò che dice, ascoltando con orecchio caritatevole. L’intera
Summa Theologica è fondata sul principio di prendere
seriamente le obiezioni. La ricerca del consenso può
richiedere tempo. Se la comunità non raggiunge il consenso,
allora una minoranza accetterà più facilmente la decisione
finale se saprà che è stata ascoltata.
Può spaventare discutere i problemi veri. Potremmo non
essere sicuri di dove ci porterà la discussione. Ma la paura
è la più grande nemica della vita religiosa. Se abbiamo
fiducia nel Signore, allora le acque del caos non ci
supereranno. Se ci lasciamo dominare dalla paura, allora la
comunità non ha costruito casa in Dio che è roccia.
Soprattutto alla superiora spetta il ruolo di condurre la
comunità oltre la paura.
Le comunità non accusano normalmente la paura quando le
istituzioni di governo – il Capitolo, il Consiglio e la
Priora – si sostengono a vicenda invece di porsi in
concorrenza. La Priora è la custode della dignità e la voce
di tutti i membri della comunità. Ma la Priora dovrebbe
altresì ricevere il sostegno dell’intera comunità. Come
scrisse Damiano con la sua abituale saggezza: “È necessario
accettare che tra i membri di una comunità ci sia chi
persiste a lamentarsi insieme con altri elementi
destabilizzanti. La Priora deve essere assistita dalla
propria comunità per consentire a queste consorelle di
vedersi come sono e non permettere loro di danneggiare la
comunità. E lancio un’esortazione: la misericordia e la
considerazione che dovremmo estendere a ciascuno, non
dovrebbe più di tutto essere estesa ai nostri
superiori?”[28] La libera discussione si distingue
dall’essere in opposizione. Se siamo autenticamente una
comunità, allora anche se personalmente non ho votato per il
superiore o la superiora, noi sì. Se io sono veramente un
confratello o una consorella di una comunità, allora debbo
accettare tale voto come mio personale.
Un monastero domenicano non ha nessuna Badessa, ma una
Priora, che è prima inter pares. Ciò esprime l’amicizia tra
eguali che è la nostra vita. Se la comunità è forte, allora
la transizione a una nuova Priora dovrebbe avvenire senza
drammi. Le postulazioni dovrebbero essere rare. Ma se ella
ha raccolto attorno a sé un gruppo di monache con opinioni
simili, che dominano la comunità, allora l’elezione sarà o
la continuazione di una dinastia o un colpo di Stato! A una
superiora occorre il coraggio di prendere decisioni
giustamente personali, rafforzando al contempo la comunità
in modo tale che la transizione alla superiora che la
succede sia indolore.
4. La Ricerca della Verità
Siete monache dell’Ordine che ha Veritas come motto. Noi
domenicani siamo sempre stati noti per la nostra passione
per lo studio. Alcune monache mi hanno confidato che questo
è un elemento della vita domenicana da cui si sentono
distanti, o perché non hanno mai studiato o perché si
sentono incapaci di farlo. E si è tentati di pensare che
siano i confratelli a studiare e le monache a pregare; che
siano i confratelli a parlare e le monache ad ascoltare. Ciò
significa non comprendere in modo corretto la natura del
nostro impegno alla Verità. È un modo di essere nel mondo
secondo verità. Ciascuno di noi è chiamato a questo, che
abbiamo o meno un dono per lo studio di tipo accademico.
Vivere nella Verità
Veritas ci chiama ad essere uomini e donne che vivono
secondo verità, parlano secondo verità, e ascoltano con
attenzione. Spesso la comunicazione nelle comunità religiose
può deformarsi. Insinuazioni, allusioni e sospetti possono
intorbidire la chiarezza delle nostre conversazioni. La
paura o mancanza di affidamento possono farci ricorrere ad
allusioni, colpetti di gomito e occhiolini. Appartiene alla
nostra vita domenicana il fatto di osare parlare secondo
verità, con discrezione e sensibilità e rispetto. Ciò non ha
nulla a che fare con il fatto di essere studiosi. Significa
cercare di vivere con la chiarezza di Domenico. “Colui che
pratica la verità viene alla luce, affinché non siano
censurate le sue opere, perché in Dio sono state fatte”. (Gv
3, 21). Vedere chiaramente significa vedere ciò che è
centrale ed essenziale e non essere distratti dai dettagli.
Fra Simon Tugwell scrisse che “è, anzi, assolutamente tipico
della spiritualità domenicana vedere Dio, non primariamente
come oggetto della nostra attenzione, ma piuttosto come il
soggetto essenziale, cui siamo uniti come co-soggetti,
co-operatori con lui (1 Cor 3.9) nella sua opera di
redenzione”.[29] Ciò sta a dire che quali amici di Dio non
guardiamo tanto a Dio ma con lui. Siamo invitati a vedere il
mondo attraverso gli occhi di Dio, e ciò significa vedere la
sua bontà. Eckhart scrive: “Dio si diverte. Il suo personale
godimento è tale che comprende il suo godimento di tutte le
creature.”.[30] Vedere con gli occhi di Dio è condividere il
suo piacere in tutto ciò che Dio ha fatto, compresi i nostri
confratelli e consorelle! Thomas Merton racconta di come,
dopo sette anni di vita in monastero, andò dal dentista e
vide in mondo in maniera differente. “Mi chiesi come avrei
reagito all’incontrare di nuovo, faccia a faccia, le
cattiverie del mondo. Forse le cose che inducevano in me il
risentimento nei confronti del mondo quando lo lasciai erano
miei difetti personali che avevo proiettato su di esso. Ora,
al contrario, trovai che tutto agitava in me un profondo e
muto senso di compassione… Attraversai la città,
accorgendomi per la prima volta nella mia vita quanto siano
buone le persone nel mondo e quanto valore abbiano agli
occhi di Dio”.[31] Vedendo con Dio, veniamo a condividere
l’amore di Dio. Se impariamo quel modo di essere nel mondo
secondo verità, allora possiamo affrontare qualsiasi cosa
con gioia: i nostri fallimenti, la nostra mortalità, lo
status reale del monastero, le nostre paure e speranze.
Possiamo essere felici persino al buio.
Lo studio della Parola di Dio
Lcm 101 § II dice che le monache sono specialmente chiamate
a studiare la Parola di Dio. Questa non è un’attività arida.
Giordano dice a Diana: “Leggi e rileggi questa Parola nel
tuo cuore, rigirare nella tua mente, fa’ che sia dolce come
il miele sulle tue labbra, meditala, soffermatici, così che
possa dimorare con te e in te per sempre.”.[32] Se la Parola
è chiamata a toccare e a trasformare tutto ciò che siamo,
allora dobbiamo portare ad essa tutti gli aspetti della
nostra umanità; la nostra intelligenza, le nostre emozioni,
il nostro senso della bellezza, la nostra esperienza, le
nostre difficoltà e speranze.
Tutte le settimane nel Concilio Generale, leggiamo la Parola
di Dio insieme. Alcuni di noi porteranno un’analisi della
lingua originale, altri condivideranno il modo in cui li
tocchi o illumini qualche esperienza recente, o li provochi
o metta in difficoltà. Tutti questi sono modi validi di
leggere la Parola, e ci occorrono tutti. Ecco perché è bene
che la meditiamo insieme e che lasciamo che trasformi la
nostra vita in comune. Ogni monaca può avere intuizioni sue
personali da offrire. Il Signore dice a Caterina: “Avrei
potuto creare tutta la gente in modo tale che tutti avessero
tutto, ma preferii dare doni diversi a persone diverse, così
che tutti avrebbero avuto bisogno l’un dell’altro.”[33]
Questo è vero in special modo nel comprendere la Parola di
Dio.
Lo studio esegetico della Scrittura può risultare difficile
all’inizio. Possiamo forse aver paura di leggere cosa dicano
gli studiosi, caso mai venissero sconvolte le nostre
convinzioni più profonde. Quando uno comincia a studiare,
deve attraversare l’allarmante esperienza di scoprire che il
testo non l’abbiamo mai capito prima. Ma questa è la nostra
umiltà al cospetto del Verbo, che non possediamo e che ci
invita a metterci in viaggio per una destinazione a noi
ignota. Dobbiamo avere il coraggio di essere come Maria che
sente il messaggio dell’Angelo, e che è “profondamente
turbata a queste parole, e si chiedeva cosa fosse questo
saluto” (Lc 1 29).. Dobbiamo imparare ad essere sorpresi
dalla Parola, che significa sempre di più di quanto avremmo
mai potuto immaginare. Ecco perché è bene che in ogni
comunità ci siano monache che compiano uno studio serio
della Scrittura, se possibile nelle lingue originali.
Confesso che i miei parecchi tentativi di imparare l’ebraico
furono un disastro!
In ogni comunità di clausura sta sempre in agguato il timore
della noia: di vivere nello stesso posto, con le stesse
persone, di ascoltare le stesse battute e di mangiare lo
stesso cibo. Ma la Parola è sempre nuova e fresca
dell’eterna giovinezza di Dio. Periodicamente abbiamo
bisogno di recuperare l’eccitazione dei discepoli sulla
strada di ritorno verso Emmaus: “Forse che i nostri cuori
non ardevano in noi stessi, mentre egli ci parlava lungo la
via e ci spiegava le Scritture?” (Lc 24.32). Lo studio della
Bibbia rinnova la nostra capacità di stupirci.
Lo studio della teologia
Durante le mie visite ai monasteri chiedo spesso alle
monache che teologia piaccia loro studiare. Di norma
rimangono in silenzio e si cambia rapidamente argomento. La
teologia è abitualmente vista come accademica e
incomprensibile. Lcm 10 § III esorta le monache a studiare
San Tommaso, ma ho il sospetto che spesso la Summa accumuli
polvere sugli scaffali della biblioteca. Uno potrebbe essere
tentato di pensare che i frati studiassero teologia mentre
le monache studiassero spiritualità. Questo è un contrasto
dei tempi moderni che sarebbe risultato incomprensibile a
Domenico e Caterina. La teologia non è soltanto una
disciplina accademica. Appartiene alla nostra ricerca di
nostro Signore nell’orto del sepolcro, alla nostra fame di
senso, al nostro addentrarci nel mistero dell’amore.
Attraverso la conoscenza ci avviciniamo a colui che Caterina
chiamava ‘la prima dolce verità’. Uno dei modi di pregare di
Domenico consisteva nello studiare un libro, e ci discuteva,
dissentiva, annuiva, lanciava esclamazioni. E quando Tommaso
era intento a scrivere la Summa, talvolta mandava via i
segretari e si gettava a terra e pregava finché non
ricevesse una dritta per capire. Teologia e spiritualità
sono inseparabili.
Molta letteratura teologica è profondamente noiosa, ma può
darsi che sia così perché è cattiva teologia. È necessario
venire introdotti alla Summa in quanto tale, un’opera
contemplativa che racconta di un viaggio verso Dio e la
felicità. Il suo insegnamento ci rende liberi dalle trappole
che ci tratterrebbero dal pellegrinaggio. Così molta gente
viene intrappolata in concezioni idolatriche di Dio, come
una persona grande potente e invisibile, che controlla tutto
ciò che accade, e che ci mantiene in un’immaturità perpetua.
Tanta rabbia nelle comunità religiose deriva dal
risentimento davanti a quest’immagine di Dio, che è un
idolo. Ma Tommaso distrugge quest’ottica nella Prima Pars,
apre la porta di questa prigione spirituale, e ci avvia
verso il mistero del Dio che è al centro del nostro essere
quale fonte eterna di libertà. Così spesso la gente è
irretita in una visione limitata della santità come
obbedienza alle regole. Ma nella Secunda Pars, Tommaso ci
mostra che la strada della santità passa attraverso la
crescita nelle virtù, attraverso la quale ci rafforziamo e
partecipiamo della libertà propria di Dio. Così spesso la
gente è intrappolata in una visione della religione che è
magica. Ma nella Tertia Pars Tommaso ci mostra come
nell’Incarnazione e nei sacramenti, Dio abbraccia e
trasforma tutta la nostra umanità. La verifica della bontà
d’una teologia sta nel fatto che tracima nella lode e nel
culto e nella felicità e nella vera libertà interiore. C’è
poca teologia che sia tanto buona. Forse alcune monache sono
chiamate a scriverla. “Nel campo degli studi teologici,
culturali e spirituali, ci si aspetta molto dal genio
proprio delle donne, non solo in rapporto a specifici
aspetti della vita femminile consacrata, ma anche nel
comprendere la fede in tutti i suoi aspetti”. (Vita
Consecrata 98).
Formazione alla Veritas
Ne consegue che una parte essenziale della formazione di una
monaca domenicana sta nello studio della Scrittura e della
teologia. Non è una semplice aggiunta, come imparare a
cucire o a cucinare. Appartiene alla crescita nell’amore,
perché “alla conoscenza segue l’amore. E amando, l’anima
cerca di perseguire la verità e di rivestirsi di essa.”[34]
Lo studio della teologia dovrebbe essere gioioso. Veniamo a
conoscenza delle grandi cose che Dio ha compiuto per noi.
Tommaso diceva: “Coloro che si dedicano alla contemplazione
della verità sono i più felici che possano esserci in questa
vita.”[35]. E per lui la contemplazione della verità
significava prevalentemente studio. Impariamo ad amare la
Parola di Dio, e ad essere “nutriti dal suo fascino (dulcedo),”[36]
come diceva Alberto. Come l’iniziazione ad ogni gioia
profonda, piuttosto che a un mero intrattenimento, avrà i
suoi momenti di noia, quando ci sentiamo incapaci di
rimanere nelle nostre stanze. Dobbiamo imparare la fiducia,
la fiducia di pensare, di interrogarci, di cercare. Per
Tommaso, l’insegnante deve soprattutto insegnare all’allievo
a pensare per sé, a realizzare il suo potenziale
conoscitivo. Ciò significa che quando impariamo a studiare
non dobbiamo aver paura di compiere errori. I formatori non
devono controllare i propri studenti timorosamente. Dobbiamo
avere il coraggio di sperimentare le nostre idee, e non
preoccuparci se sbagliamo all’inizio. Naturalmente,
l’ortodossia è cara ai domenicani, ma se crediamo
all’insegnamento della Chiesa che lo Spirito Santo è stato
riversato sopra di noi, allora non ci bloccheremo facilmente
nell’errore.
Le monache hanno bisogno di strumenti per studiare: una
buona biblioteca, riviste e tempo. Molti monasteri sono
poveri e comprare libri rappresenta un autentico sacrificio.
Ma non possiamo lasciare le monache a stecchetto di libri
più di quanto non possiamo farlo di cibo. Internet offre la
possibilità di seguire una formazione teologica senza mai
lasciare il monastero. Alla comunità occorre ritagliare nel
ritmo della propria vita periodi di studio. Chalais in
Francia ha un calendario annuale che comprende periodi per
lo studio intenso, per il silenzio, per la ricreazione. Noi
confratelli dobbiamo altresì corrispondere alle esigenze di
formazione delle consorelle. Quando San Domenico faceva
ritorno a San Sisto, esausto dopo un giorno di predicazione,
allora insegnava alle monache “poiché non avevano alcun
maestro per far questo.”[37] Il fiorire dei monasteri
domenicani nella Rheinland nel xiv secolo fu parte
giustificato dal fatto che Herman de Minden, il Provinciale
della Teutonia, inviò alcuni dei suoi migliori teologi a
insegnare alle monache.
I monasteri hanno bisogno di sorelle che abbiano ricevuto
una formazione teologica e biblica profonda così da poter
insegnare alle giovani. Questo è particolarmente vero oggi
in un momento in cui molte monache arrivano a noi
dall’università. Hanno bisogno di una formazione teologica
che allargherà loro la mente e risponderà ai loro
interrogativi. Idealmente ciascun monastero sarebbe in grado
di offrire una formazione completa, se questo non si
verifica allora diventa di vitale importanza la
collaborazione tra monasteri, specie quando siano federati.
Talvolta si teme che se le giovani studiano in un altro
monastero, allora possano forse perdere l’attaccamento alla
propria comunità originaria, e chiedere la transfiliazione.
Raramente succede questo, e non può essere addotto come
scusa per non dare a una consorella una formazione
domenicana completa e autentica. Se le giovani vengono
formate bene, allora l’intera comunità sarà alla fine
rinnovata. La casa di formazione della Federazione di
monasteri in Messico è un esempio meraviglioso di come una
federazione possa aiutare ciascun monastero a rafforzarsi.
5. L’unità dell’Ordine
Siete monache dell’Ordine dei Predicatori e siete parte
della vasta famiglia di Domenico. Ciascun monastero ha vita
in se stesso, e tuttavia è in contatto con altri,
appartenendo spesse volte ad una federazione Siete spesso un
centro di vita per la Famiglia Domenicana. Fate le vostre
promesse al Maestro dell’Ordine. Che significa per un
monastero avere cura della propria vita ed appartenere
tuttavia all’Ordine?
Un servizio di unita
Domenico desiderava che il suo ordine fosse uno. L’Ordine ha
sempre lottato per conservare la propria unità. Quando altri
Ordini si sono separati, ci siamo stretti attorno alla
nostra unità, ma talvolta solo appena appena! Ciò si spiega
perché la nostra unità appartiene alla nostra predicazione
del vangelo. Predichiamo il Regno di Dio, in cui tutta
l’umanità verrà riconciliata in Cristo. Le nostre parole
sono autorevoli se siamo uniti noi stessi. L’Ordino ha un
ruolo particolarmente importante da giocare in una Chiesa
che è spesso divisa tra ideologie diverse e in competizione.
Anche il conflitto politico, la tensione etnica e persino la
guerra dividono spesso i nostri Paesi. Dobbiamo incarnare
quella pace che predichiamo.
Ciascun monastero incarna quest’unità in sé ma “trascende i
limiti del monastero e raggiunge la propria pienezza in
comunione con l’Ordine e con l’intera Chiesa di Cristo” (lcm
2 § 1). E così voi, come monache domenicane, avete a cuore
l’unità dell’intero Ordine. Attraverso le preghiere e in
tutto ciò che dite e fate, avete la responsabilità di
promuovere quell’unità e quella pace. I contemplativi
dovrebbero particolarmente saperlo fare perché la vicinanza
al mistero di Dio ci spinge oltre ogni divisione e oltre
tutte le velleità di qualsiasi parte di affermare una
saggezza e conoscenza assolute.
La natura dell’autonomia
Ciascuno monastero è autonomo. Ciò è insito nella natura
della vostra vita, come comunità monastiche. È un’autonomia
di cui giustamente vi rallegrate. Che cosa significa?
Significa letteralmente che ciascuna comunità si
autogoverna, e si accolla la responsabilità della propria
vita. Ciascun monastero è responsabile della costruzione di
una comunità che sia un segno del Regno, in cui vi è amore
reciproco e un dimorare con il Signore. L’autonomia è la
vostra libera responsabilità della vostra vita di
contemplative, piuttosto che un isolamento.
Nella cultura occidentale contemporanea, vi è la tendenza a
vedere l’autonomia in senso di separazione. Un individuo è
visto come libero nella misura in cui è libero dalle
interferenze dall’esterno. Ma la concezione cattolica
dell’essere umano offre un modello diverso, ossia che è
nella comunione vicendevole che troviamo la vera libertà e
autonomia. Autonomia non significa essere autosufficienti.
Ecco perché la Chiesa accetta di buon grado federazioni di
monasteri, poiché il sostegno reciproco tra le federazioni
può aiutare i singoli monasteri a “salvaguardare e
promuovere i valori della vita contemplativa” (Verbi Sponsa
27). La collaborazione può aiutare il monastero ad essere
libero e ad assumersi la responsabilità della propria vita.
Ho visto spesso monasteri in cui le monache sono travolte
dalla cura dei malati, la cucina, o guadagnarsi uno
stipendio o badare all’edificio. Non c’è tempo per la
preghiera. Tale comunità può forse avere una completa
indipendenza ma aver perso la propria vera autonomia,
libertà e responsabilità di badare alla propria vita. Quando
i monasteri si aiutano a vicenda nella formazione, la cura
dei malati come a Dax in Francia, o economicamente, allora
non perdono la propria autonomia, ma la conquistano in modo
più profondo. Spesso l’aiuto reciproco costerà anche in
termini di sacrificio. Sono le monache che a un monastero
servono di più che potrebbero offrire quell’aiuto a favore
di un’altra comunità.
È possibile che venga il momento in cui un monastero debba
confrontarsi con la prospettiva di chiudere.[38] Qualora
accadesse, allora non è necessario che le monache si
facciano venire sensi di colpa o di fallimento. Forse il
monastero ha compiuto lo scopo per cui è stato fondato. Da
domenicani è bene per noi se riusciamo ad affrontare la
prospettiva della chiusura sempre in un’ottica di verità.
Talora mi si dice che se solo dovessero arrivare una o due
vocazioni, allora forse il monastero potrebbe sopravvivere.
Non si potrebbe eventualmente cercare vocazioni da un altro
Paese? La determinazione a sopravvivere può condurre ad
accettare vocazioni inadatte. Ma la sopravvivenza per noi,
che predichiamo la morte e resurrezione di Cristo, non è un
valore assoluto. Se confidiamo nel Padre nostro che ha
resuscitato dai morti Gesù, allora possiamo affrontare la
morte, la nostra e quella della nostra comunità, con
speranza e gioia. Come Provinciale dell’Inghilterra, dovetti
andare a Carisbrooke per accompagnare in auto le ultime
quattro consorelle alla loro nuova casa. La monaca più
anziana, ultranovantenne, sembrò cambiare idea all’ultimo
momento, ma alla fine partimmo tutti. La gente del posto
venne a dar loro addio, cantando e piangendo. Questa
partenza fu forse la predicazione più eloquente del vangelo
che le monache avessero mai fatta. Se il monastero è
autenticamente luogo dove mettete su casa con Dio, allora
lasciarla non vi rende senza-casa.
In una regione o federazione in cui vi siano molti monasteri
e poche vocazioni, è quindi stupendo se le monache hanno il
coraggio di pensare insieme al futuro. Una domanda: tutti i
monasteri dovrebbero cercare vocazioni o le candidate
dovrebbero essere inviati solo ai monasteri con una buona
probabilità di fiorire? Questo non vuol dire privare ciascun
monastero del diritto di assumere decisioni circa la propria
vita e di accettare vocazioni. È piuttosto un invito, nei
momenti più duri, a ricercare ciò che è più importante della
sopravvivenza del singolo monastero, ossia il prosperare
della vita contemplativa domenicana nella regione.
Le visitazioni svolgono un ruolo centrale nella nostra
tradizione. Sono talvolta guardate con apprensione dai
monasteri, perché possono essere viste come un’interferenza
dall’esterno. Il Beato Giacinto Cormier diceva che lo scopo
di una visitazione è incoraggiare e incoraggiare e
incoraggiare. Bada soprattutto al “governo interno del
monastero” (lcm 227 § III; cfr. 228 § III) aiutando così il
monastero ad essere effettivamente responsabile della
propria vita e ad essere libero di affrontare le sfide cui
si trova davanti. Una visitazione dovrebbe pertanto aiutare
il monastero a rendersi autonomo nel vero senso della
parola. Il Liber Constitutionum Monialium suggerisce che una
visitazione debba cadere “almeno ogni due anni” (227 § III).
Alcuni monasteri continuano a esprimere preoccupazioni
riguardo alla Commissione Internazionale della Monache,
istituita dal Capitolo Generale di Oakland nel 1989. Non si
tratta di un organo giuridico dotato di alcun potere di
prendere decisioni o di intromettersi tra il Maestro e i
monasteri. Rappresenta un “serbatoio di riflessione” che dà
consigli al Maestro, come le numerose altre Commissioni
dell’Ordine, quelle per la Vita Intellettuale, per Giustizia
e Pace, e per la Missione dell’Ordine. Ha lo scopo di
promuovere la vita monastica e specialmente di sostenere i
monasteri che siano isolati. E questo compito l’ha svolto
bene. Il suo mandato scade nei prossimi mesi, e potete
tranquillamente scrivere al mio successore o al Capitolo
Generale per eventuali suggerimenti circa il suo futuro.
Come potrebbe una simile Commissione aiutare il Maestro nel
promuovere un’autentica vita domenicana in tutta la sua
bellezza e importanza?
Rapporti con i confratelli
I frati e le monache hanno una lunga storia in comune. La
nostra amicizia è stata al centro della vita dell’Ordine per
quasi ottocento anni. Non sempre è stata facile. Agli inizi
i confratelli desideravano spesso sfuggire a ogni
responsabilità nei confronti dei monasteri, e talora non
prendono ancora seriamente tale responsabilità. Le monache
qualche volta devono sicuramente aver desiderato sfuggire
all’interferenza dei confratelli! Ma come una coppia di
coniugi anziani, che ne hanno passate tante, possiamo
confidare che nulla distruggerà il legame. Come domenicani,
il servizio alla verità e la trasparenza dovrebbero
contrassegnare il nostro rapporto. Soprattutto dobbiamo
avere fiducia gli uni negli altri, e senza nutrire sospetti.
Giordano scrisse al Provinciale della Lombardia che era
stato “sconvolto e spaventato da un semplice frusciar di
foglie”[39] quando era turbato da voci che il Capitolo
Generale avesse preso decisioni contro il monastero a
Bologna. Vi sono ancora di tanto in tanto momenti di panico
a “semplici frusciar di foglie”, sospetti sul ruolo della
Commissione Internazionale, voci su quali siano le
intenzioni del Capitolo Generale. Dobbiamo avere fiducia e
non avere timore. Quando c’è incertezza, allora non
abbandonatevi ai sospetti, date l’interpretazione migliore
di ciò che sentite, e chiedete chiarimenti. Con la
trasparenza e la fiducia possiamo costruire l’unità
dell’Ordine.
La vita dei monasteri può essere complicata dai molti uomini
che rivendicano qualche autorità su di voi. Alcuni di voi
hanno cappellani, assistenti, vicari, provinciali e vescovi;
c’è il Maestro dell’Ordine e la Santa Sede. Tutti dovrebbero
essere a disposizione per darvi forza e non per interferire
nella vostra vita e controllarvi. Soprattutto il vostro
rapporto con i confratelli dovrebbe portarvi a rafforzarvi a
vicenda. Il servizio dei confratelli deve essere di
sostenervi nella vostra responsabilità per la vita che avete
scelto. In modo analogo, molti confratelli sono rinvigoriti
dal contatto con i monasteri, occasioni in cui siamo
rinnovati nel silenzio da cui la parola predicata ha
origine.
Conclusione
“Una città posta su un monte non si può nascondere” (Mt
5.14). Quest’espressione evoca così tanti monasteri posti in
cima a una collina: Chalais, Orbey, Los Teques vicino a
Caracas, Rweza, Drogheda, Vilnius, Perugia, Santorini e
altri. Ma che il convento sia su un monte o in pianura,
nella giungla o in una città, se vivete la vostra vita con
gioia, allora la sua luce non si può nascondere. Come
scrisse Giovanni Paolo II, questa vita consacrata esiste,
“affinché il mondo non sia mai senza un raggio di divina
bellezza a illuminare la strada dell’umana esistenza”.[40]
Abbiate fiducia nel vostro stile di vita monastico. È un
dono che viene da Dio.
Per Natale del 1229, Giordano scrisse a Diana per celebrare
la festa di “un verbo piccolissimo” nato per noi. Invia
anche un'altra parola, “piccola e breve, amore mio”. Ahimé,
questa Lettera non è piccola e breve, ma esprime il mio
amore e la mia gratitudine per il vostro posto al cuore
dell’Ordine. Pregate per l’intera Famiglia Domenicana, che è
affidata al vostro amore. Pregate per fra Viktor Hofstetter,
il precedente Promotore delle monache che tante di voi
amano, e per il suo successore, fra Manuel Merten, che ben
presto amerete. Pregate per me e anche per il mio
successore.
Dato a Santa Sabina nella Festa di Santa Caterina da Siena,
29 aprile 2001.
Fr Timothy Radcliffe OP
Maestro dell’Ordine dei Predicatori
-----------------------------------------------------------------
[1] Liber Constitutionum Monialium, OP.
[2] A cura di Simon Tugwell, Early Dominicans: Selected
Writings, [‘I primi domenicani: Scritti scelti’] Ramsey
1982, p. 396
[3] “The Contemplative Dimension of our Dominican Life”
I.D.I., marzo 1983
[4] Dalla versione dattiloscritta di Dominican Spirituality:
An Expoloration, in via di pubblicazione per i tipi di
Continuum Press, Londra 2001.
[5] “Preaching as Searching for God,” [‘La predicazione come
ricerca di Dio’], in Dominican Ashram, marzo 2000, p. 17.
[6] “Une théologie de la vie mystique” [‘Una teologia della
vita mistica’], in La Vie Spirituelle 50 (1937), p. 49.
[7] Citata da Sr Barbara Estelle Beaumont OP, “What makes a
Monastery a Dominican Monastery?” [‘Che cosa rende un
Monastero un Monastero Domenicano?’], Dominican Ashram,
settembre 1999, pp. 115s.
[8] ‘The Throne of God,” [‘Il Trono di Dio’], pubblicato in
I call you friends [‘Vi chiamo amici’], Londra 2001.
[9] Venite Seorsum VI.
[10] Gerald Vann OP, To Heaven with Diana, [‘In Paradiso con
Diana’], Chicago 1960, p. 123, Lettera 37.
[11] Early Dominicans [‘I primi domenicani’], op. cit., p.
99.
[12] Op. cit.
[13] Rowan Williams, Open Judgement [‘Giudizio aperto’]
[14] Early Dominicans [‘I primi domenicani’], p. 409.
[15] Op, cit., p. 104, Lettera 25.
[16] ST II II 83.2
[17] Si confronti il meraviglioso articolo di Paul Murray OP
“Dominicans and Happiness,” [‘I domenicani e la felicità’],
Dominican Ashram, settembre 2000, pp. 120-142.
[18] Early Dominicans [‘I primi domenicani’],p. 138.
[19] Bartolomé Carranza, Comentario sobre el catechismo
christiano a cura di J.I. Tellechea Idígoras, Madrid 1972,
II, p. 360.
[20] Op. cit., p. 110.
[21] Op. cit., p. 149
[22] Dialoghi, 7, c.f. 17
[23] Miraculis 6, citato in Simon Tugwell OP, The Way of the
Preacher, [‘La via del Predicatore’], Londra 1979,. p. 62.
[24] Op. cit., p. 80.
[25] Ibid., p. 121, Lettera 35.
[26] Citata da Paul Murray, op. cit., p. 130, dalle The
Revelations of Margaret Ebner [‘Le rivelazioni di Margaret
Ebner’]. New York, 1993, p. 89.
[27] Citato in Letter to the Nuns [‘Lettera alle monache’],
maggio 1992, p. 6.
[28] Ibid., p. 9.
[29] The Way of the Preacher, [‘La via del Predicatore’],
ibid., p. 29.
[30] Sermone 217: Nolite timere eos. Meister Eckhart: a
modern translation, tradotto da Raymond B. Blakney New York
1941, p. 225.
[31] Citato in Monica Furlong, Merton. A Biography. [‘Merton.
Una biografia’] Londra 1980, p. 184.
[32] Op. cit. p. 112, Lettera 31.
[33] Dialogo 7
[34] Santa Caterina da Siena, Il Dialogo 1
[35] Sententia Libri Ethicorum X, 1177 b 31.
[36] RTAM 36 (1969), p. 109
[37] I Miracoli di San Domenico della Beata Cecilia, Early
Dominicans [‘I primi domenicani’], ibid., p. 391.
[38] I criteri per prendere decisioni sulla chiusura sono
esposti chiaramente in Damian Byrne, Lettera alle Monache,
ibid., p. 20, ove indica le norme esposte dalla Santa Sede.
[39] Op. cit., p. 143
[40] Vita Consecrata 109.
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